A cinquant'anni dal quel maledetto 1958


Non si  può proprio lasciar scorrere questo 2008 senza ricordare, oltre a Luigi Musso, un altro grande pilota che morì in pista giusto cinquant'anni fa: Peter Collins.
Collins, inglese, cresciuto nell'officina meccanica del padre, rientra nel gruppo di piloti che probabilmente vinse meno di quello che avrebbe meritato, un personaggio per cui non è sufficiente ricordare la grinta in corsa, la fierezza e il coraggio dimostrato sino all'ultima curva - Nurburgring, 1958 appunto - l'assoluto "orecchio" meccanico di cui era dotato e con cui era in grado di riconoscere il perfetto stato di messa a punto della macchina meglio di una valanga di misurazioni e moderne telemetrie.
Per lui basta quella frase, una frase che sembra presa da un libro di fiabe per bambini, è invece no, è tutto vero.
Facciamo un passo indietro, 1956, Monza, Peter Collins è in lotta per il titolo mondiale, nonostante sia giovane, poco più di venticinque anni, sta alitando sul collo di una leggenda come Juan Manuel Fangio, suo capo squadra in Ferrari. All'epoca tra compagni di team in caso di guasto meccanico ci si poteva scambiare la macchina durante la gara; ovvio che uno dei due non avrebbe proseguito.
Enzo Ferrari prima della gara italiana, conscio della posta in palio, prende in disparte il giovane Peter, giusto per prepararsi a ogni evenienza, e gli pone la fatidica domanda.
In quella risposta - non c'è problema nel dare la macchina a Fangio, io sono ancora giovane, avrò ancora tempo per vincere un campionato del mondo, lui è un campione e se lo merita lui il titolo - c'è tutto lo spazio per creare una leggenda molto più di qualsiasi drago sputa fuoco con le ali disperso in terre fantastiche e alla ricerca principesse ghiacciate. Da non credersi quasi.
In gara la macchina di Fangio si romperà veramente e Peter terrà fede alla sua promessa; come non ammirare una persona del genere?

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