La rosa bianca di Wimille

Lo trovarono riverso a terra, vicino alla macchina semi-distrutta, con una rosa bianca al suo fianco.
Era un regalo della moglie: ogni volta che usciva in pista, fosse un gara o un semplice giro di prova, lei gli dava un fiore. Quell'ultima volta fu una rosa bianca.
Morì a Buenos Aires nel 1949 Jean-Pierre Wimille, in quel modo anche un po' romantico se si vuole, ma che sa solo di beffa a essere realisti. Morì provando una Simca 1400, poco più di un triciclo per lui che aveva pilotato di tutto dagli albori delle corse automobilistiche sino a quell'ultimo giro.
Wimille guidò Bugatti e Alfa Romeo, fu uno dei fuoriclasse dell'epoca, e persino uno come Juan Manuel Fangio lo prese a modello. Vinse prima e dopo la guerra con quelle che allora erano le case automobilistiche principali nelle competizioni internazionali, e lo fece in un periodo in cui le corse erano non solo una una questione di velocità, ma anche di lotta per la sopravvivenza.
I suoi anni migliori come pilota vennero però inghiottiti dalla seconda guerra mondiale, ma lo stesso non perse la voglia di lottare; anche durante quel periodo tragico tra il 1939 e il 1945 in cui per ovvi motivi le gare automobilistiche, come ogni altra forma di vita, si interruppero.
Si arruolò nella milizie francesi anti-naziste, e combatté insieme a tanti altri, anche piloti, o solo gente comune, comunque combattenti, riuscendo anche a sopravvivere in quell'inferno che ben poco aveva di competizione.
Si ripresentò non appena le armi vennero rinserrate, pronto per ritornare a correre, per essere il pilota n°1 con l'Alfa Romeo, per diventare, se non ci fosse stato di mezzo quella curva, probabilmente il primo campione del mondo di Formula 1.

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