La misura del talento


Come, se non più, di tempi sul giro o piazzamenti in gara e campionati del mondo.
Giulio Borsari, storico capo meccanico Maserati e poi Ferrari dagli anni cinquanta sino alla fine degli anni settanta, nel suo libro "La Ferrari in tuta", cita un esempio di come il talento di certi piloti veniva intuito da particolari che non si limitavano solo al cronometro o al piazzamento in classifica.
Il pilota in questione è l'inglese Mike Parkes, ottimo collaudatore che dopo aver mietuto successi nella categoria Sport Prototipi con le macchine di Maranello verso la metà degli anni sessanta fece la sua comparsa anche nelle file della squadra ufficiale impegnata nel campionato del mondo di Formula 1. L'anno è il 1967, la pista è Spa, quella degli anni sessanta, sicuramente una delle più impegnative di ogni epoca e categoria.
Parkes in quanto a prestazioni non era proprio un lento, e anche in quell'occasione durante le qualificazioni siglò un ottavo tempo più che dignitoso, anche se dietro al debuttante compagno di squadra Chris Amon.
Il giorno della gara in programma c'era una sessione di prove non cronometrate: lo scopo era quello di verificare il corretto funzionamento di tutte le componenti della Ferrari. Parkes uscì dai box, compì un giro a un'andatura per nulla forzata, e poi rientrò subito ai box. Il capo meccanico gli chiese informazioni sulla temperatura dell'olio: lui non seppe rispondere. Era talmente assorto nella guida che non aveva nemmeno controllato quel valore.
Quello fu il segnale che fece storcere il naso a Borsari.
Purtroppo per Parkes il Gp del Belgio fu anche il suo ultimo Gran Premio di Formula 1. Durante la gara ebbe un brutto incidente che gli procurò numerose fratture alle gambe e che ne minò inevitabilmente le capacità di guida.

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