Automobilismo e crudeltà


Si racconta che all'ospedale di Mannheim, dove stava lottando tra la vita e la morte Niki Lauda dopo il suo incidente al Nurburgring, arrivò una telefonata da Maranello. Era Enzo Ferrari che voleva parlare con l'allora Direttore Sportivo della Ferrari Daniele Audetto.
Ma non, come qualcuno potrebbe pensare, per sincerarsi delle condizioni di salute dell'austriaco; no. Era una telefonata piena di direttive su come sondare la disponibilità di piloti di primo piano come Fittipaldi o Peterson per sostituire Lauda alla Ferrari. Solo alla fine della telefonata Enzo Ferrari buttò lì un:
- E quello là come sta?
Crudeltà? Mancanza di pietà umana? Oppure l'unico modo per sopravvivere alle corse?
Niki Lauda qualche anno prima fu lui stesso uno di quelli che davanti alla macchina in fiamme di Roger Williamson a Zandvoort nel 1973 continuò a correre senza fermarsi. E alle domande nel dopo gara sul perché di quel comportamento suo ma anche di quasi tutti gli altri piloti - David Purley escluso - rispose con uno scioccante:
- Ci pagano per correre, non per soccorrere le persone.
Di questi tempi i titoli sui giornali sono tutti per Raikkonen che non avrebbe nemmeno telefonato a Massa. Per fortuna che Felipe è sembrato abbastanza intelligente da riconoscere nel comportamento del finlandese semplicemente un atteggiamento che va oltre il singolo fatto, ma coinvolge l'approccio di Kimi alle corse e alla vita in generale.
Tante piccole crudeltà che insieme fanno coraggio: il minimo necessario per calarsi nell'abitacolo.
L'automobilismo è anche questo. Il Principe Azzurro e Biancaneve sono da un'altra parte

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