La prima e l'ultima di Castellotti


L'Inghilterra identifica la "Lost generation" nel trio Tony Brise, Tom Pryce, e Roger Williamson; cioè il gruppo di piloti britannici la cui carriera venne tragicamente interrotta nel bel mezzo degli anni settanta.
Noi italiani vivemmo qualcosa di molto simile a metà degli anni cinquanta, e le punte di diamante dell'automobilismo italiano che videro la loro carriera stroncata all'apice della maturità furono - insieme ad Alberto Ascari - Luigi Musso ed Eugenio Castellotti.
Musso e Castellotti erano piloti giovani e veloci, spavaldi, senza paura, veri cavalieri di un tempo andato spogliati di armatura e spada e calati in un abitacolo di una macchina da corsa.
Nel 1955 Castellotti è compagno di squadra del grande Alberto Ascari nello squadrone Lancia: una scuderia che nelle intenzioni dei vertici torinesi avrebbe dovuto rivaleggiare ad armi pari con l'armata Mercedes e la grande Ferrari.
Le cose invece non sembrano andare al meglio: la macchina, la D50, quella con i serbatoi aerodinamici laterali, si dimostra certo veloce, ma l'organizzazione non è a livello dei rivali tedeschi, leggi Mercedes, e modenesi; e la sfortuna, sotto forma della morte di Alberto Ascari in un test non previsto a Monza con una vettura sport di Ferrari, tagliano letteralmente le gambe alla squadra.
A questo si aggiungono problemi economici per cui si decide di non partecipare al Gp del Belgio a Spa, ma Castellotti non è d'accordo. Insiste con i suoi capi, lui vuole correre, anche per ricordare in qualche modo la scomparsa di Ascari. E finisce per riuscire a ribaltare la decisione. La Lancia per celebrare al meglio la morte del proprio capo squadra si presenterà al via del Gp sul tremendo circuito belga.
Eugenio non ha mai visto Spa, e Spa negli anni cinquanta era un circuito di rettilinei e curve da prendere in pieno che distruggevano le braccia e i nervi. Quasi dieci chilometri in cui la linea di demarcazione tra i grandi e i comprimari si denotava netta e senza discussioni.
Durante il primo giorno di prove Fangio al volante della Mercedes fa capire subito che lui da quelle parti è praticamente di casa; nonostante un oceano e chilometri di terre emerse lo dividano dal suolo natio: 4.18.7.
Nessuno riesce nemmeno ad avvicinarlo.
Eugenio Castellotti però pian piano sta imparando la pista, impara e riconosce i punti in cui tenere giù, e le curve in cui alleggerire. Per farla breve il secondo giorno di prova il grande Juan Manuel Fangio non riesce a fare meglio di 4'.24''.4, e quando nella pit lane l'altoparlante scandisce il tempo fatto segnare da Castellottii parecchie mandibole tedesche, ma anche italiane, e una argentina, escono dalla propria sede: 4'.18''.1.
Alla sua prima apparizione in uno dei due templi assoluti dell'automobilismo mondiale Eugenio Castellotti è davanti a tutti. E il giorno dopo la pioggia impedirà a chiunque altro di migliorare il suo tempo.
Sarà la prima e ultima pole position in Formula 1 per Eugenio Castellotti da Lodi, ma la sua sfida è comunque vinta, e poco importa se problemi al cambio lo costringeranno al ritiro durante la gara.

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