Missione incompiuta

Pietro Bordino, indomabile pilota Fiat agli albori delle corse automobilistiche. Uno che la marca torinese ce l'aveva nel sangue; ci era nato dentro infatti, essendo figlio dei custodi dello stabilimento di Corso Dante a Torino.
Diventò pilota dopo una lunga gavetta, iniziando prima come meccanico al fianco dei grandi assi del volante del primo dopoguerra, e poi diventando lui stesso uno di loro.
Durante le prove la settimana prima del Gp d'Italia del 1923 a Monza ebbe un incidente. Le conseguenza per lui furono piuttosto gravi: un braccio rotto, gesso, e possibilità di recuperare per l'importante appuntamento praticamente inesistenti. Ma quelli erano tempi di eroi, di guerre, lotte e combattenti.
E cosa vuoi che sia un braccio rotto in quel periodo a cavallo tra due devastanti guerre? Niente appunto.Bordino si fece praticare un'ingessatura speciale, e con questa riuscì in qualche modo a ottenere il permesso per correre la gara di Monza.
Sin dal via il pubblicò seguì trepidante la sua rincorsa verso le prime posizioni, e quando Pietro si issò al primo posto, a oltre 157 km/h di media, la folla esplose. Al rifornimento però la stanchezza di Bordino fu però evidente; tanto evidente che quelli della sua squadra decisero di non farlo proseguire oltre. Lui non ne volle sapere; doveva andare avanti sino alla fine. E ci volle tutta l'autorità del senatore Agnelli in persona per riuscire a farlo desistere dal proposito di rientrare in pista.

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