Gli opposti si attraggono

Enzo Ferrari e Colin Chapman: uno convinto che solo il motore fosse sufficiente per vincere le corse, mentre il resto, telaio e quant'altro, erano per lui quasi solo accessori buoni per sostenere quel cuore pulsante; l'altro che considerava il motore come una scatola, niente più, tant'è che nei suoi disegni molto spesso si vedeva questo rettangolo nero con la scritta "engine" e basta.
Entrambi capaci di intuizioni e realizzazione geniali, in tempi e modi diversi, ma con la stessa determinazione ostinata che è tipica di chi sa che per conquistare qualche cosa nella vita bisogna lottare, e anche duramente. Erano distanti per culture e origini ma rimasero accomunati da un'avversione anomala nei loro confronti,. Chapman venne più volte accusato di non considerare la sicurezza tra le variabili utilizzate nella progettazione delle sue vetture: vale la pena di ricordare le accuse nei suoi confronti dopo la morte di Jochen Rindt. Addirittura esiste una lettera scritta dal pilota tedesco nel 1969 che raccomandava a Chapman di non sacrificare la robustezza delle sue macchine sull'altare delle prestazioni. E anche nella vita di Ferrari esistono tutta una serie di accuse mosse alle sue macchine, a partire dalla tragedi di De Portago alla Mille Miglia del 1957 - che lo costrinse a difendersi in tribunale - sino alla morte di Bandini nel 1967, e per finire all'anno nero 1982 dove di fronte agli incidenti terribili di Villeneuve e Pironi fu accusato da più parti di costruire macchine veloci ma fragili.
E anche se i punti di contatto finiscono qui - perché in seguito le loro fortune seguirono vie diverse - rimane questo loro strano destino a unirli: quello di essere considerati alla stregua di geni del male, ciechi di fronte a un unico obiettivo: la massima velocità e la vittoria.

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