giovedì 6 ottobre 2011

Una realtà scomoda?

Mi sto sforzando di capire il perché, ma più approfondisco più la soluzione si allontana. O meglio, una risposta intima ce la avrei, ma forse è eccessivamente generalista e cattiva.
La domanda è semplice: perché Vettel non viene trattato come un campione del mondo? Perché la gente non lo elenca tra i più bravi del Circus? Perché i (presunti) esperti del settore usano troppe volte parole come “fortuna” o “superiorità tecnica”?
Chiaro come la Red Bull sia una spanna e mezza sopra Mclaren, due su Ferrari e un braccio intero su tutte le altre squadre, ma non per questo si deve per forza diminuire il valore di un pilota con la frase: “E’ la macchina”.
Troppo semplicistico. La vettura ti porta in avanti, ma poi è l’uomo che ha il compito di sfruttare al massimo il mezzo a disposizione, E’ lui a segnare i tempi guidando al limite senza sbagliare, è sempre lui che vola tra stretti muretti e/o disegna traiettorie perfette.
Sebastian in questo 2011 ha più volte sfiorato la perfezione, non sbagliando nulla neppure quando la pressione cominciava a farsi fastidiosa. E’ riuscito a rispondere come solo i veri assi del volante sanno fare, centrando il primo posto nella leggendaria Spa e diventando uno dei quattro piloti nella storia a conquistare i quattro GP più storici e sentiti del massimo campionato automobilistico. Se fosse solo la macchina allora questa particolare classifica sarebbe intasata.
Quante volte la Formula 1 ha assistito a un imbarazzante dominio. Schumacher e Ferrari per quattro anni consecutivi. La Williams in grado di regalare la gioia iridata a Villeneuve, Hill e Mansell. I litigi tutti interni tra Senna e Prost con la Mclaren targata Marlboro, lasciando agli avversari solo una vittoria in tutta la stagione. La storia quindi semplicemente si è ripetuta, eppure i nomi che ho citato sono, da tutti, considerati veri maestri del piede destro. Perché no Sebastian? Troppo giovane, troppo bravo, troppo scomodo?
D’altronde qui stiamo parlando di una cordata austro-inglo-tedesca, e di ingegno italiano ce ne è davvero poco. Il patriottismo è sempre ben accetto per carità, ma riconoscere il valore dell’avversario è ancora più importante. E qui davanti abbiamo un volto che cambierà la storia di questo sport, evitando inutili ragionamenti da tifo sfegatato. Quello lo lasciamo volentieri al calcio, meglio la semplice obbiettività.
Sono certo che un giorno la lode collettiva arriverà, forse dopo il terzo o quarto iride.
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