Quel pomeriggio piovoso di un sabato da cani

Visto che tra poco squilleranno le trombe in mezzo mondo, con special, foto ricordo, ricostruzioni 3d, commemorazioni etc, etc... tanto vale anticipare tutti quanti con il solito post un po' sul generis.
Son passati trent'anni e sembra che sia ieri. Frase trita e ritrita, ma nel caso della morte di Gilles Villeneuve tremendamente vera.
Perché quella sensazione collosa e asfissiante che si creò in quel piovoso sabato pomeriggio è uno di quei ricordi che mai mai scorderò.
All'epoca non esistevano né moviola, né studio, né interviste prima e dopo, né Vandone, e nemmeno Capelli e Bruno, ti guardavi le prove, ascoltavi Poltronieri, e alla fine vedevi la tua bella classifica fluorescente dei tempi  a sancire l'ineluttabile verità.
Ma lo stesso, la sensazione che per quel corpo - sparato come un missile difettoso verso una luna di periferia inutilmente ancorato al sedile, raggomitolato in una foresta grigia di reti metalliche e paletti - la faccenda fosse tragicamente seria ce l'eravamo fatto un po' tutti. Persino io che avevo quindici anni e faticavo a curarmi i foruncoli.
Pioveva quel sabato dalle mie parti, di una pioggia stentata però, e catatonico mi ero diretto verso il bar ritrovo dei miei amici - luogo di fumatori, giocatori di totocalcio, stecca, scopa, un televisore abbandonato in un angolo della sala biliardo forse a colori forse no - con quella notizia tragica che echeggiava nella mente: Gilles Villeneuve è morto... oddio non lo era ancora, ma anche senza internet e i suoi cinguettii sapevamo tutti come sarebbe andata a finire. Era stata una voce lontana a sussurrarlo, a tutti, proprio a tutti.
Ripetevo a me stesso quel motivetto, forse per tranquillizzarmi, e ricordo che aspettai prima di parlarne con qualcuno, come se sperassi nell'intervento di una voce amica a dirmi: "ma che hai capito? Non hai sentito Poltronieri? Villnof è tornato ai box, ha preso il muletto e ha fatto la pole."; come se volessi aspettare qualcuno appassionato come me che riuscisse a comprendere appieno la gravità di una notizia del genere; qualcuno che mi chiedesse con quel tono di uno a cui manca l'aria, allora le prove come sono andate?; e io che rispondo, ma come non hai sentito? e lui ancora, no altrimenti mica te lo chiedevo son tornato tardi da scuola e non son nemmeno passato da casa; e io, cazzo Gilles è morto; come se quell'espressione terrea; quella bocca semi aperta; la pallina del flipper che precipita verso il fondo senza nessun tentativo di fermarla; gli occhi quasi lucidi; un silenzio lungo e irrespirabile; come se tutto questo fosse l'unico modo per far comprendere quel giorno a chi non visse mai quel giorno.

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