giovedì 3 maggio 2012

Gli inglesi il segreto del successo?

Il Mugello in questi tre giorni di test ha ritrovato il Circus della Formula 1. Ovviamente il pubblico (presente in massa nella prima giornata visto il festivo e nonostante il maltempo) ha come osservato speciale la Ferrari. Non solo per ragioni nazionalistiche ma anche per questioni ben più "profonde", forse basilari per la squadra più importante della Formula 1.
Tutti infatti attendono l’arrivo delle nuove componenti, chiamate a risollevare un 2012 partito davvero male. La monoposto è lenta in rettilineo e instabile in curva, come se la “cura” di Pat Fry iniziata nel 2011 non sia servita a niente. Proprio il tecnico inglese, dopo la gara in Bahrain, aveva puntato il dito verso una concezione del lavoro in fabbrica troppo antiquata rispetto al presente. In pratica a Maranello si chiedeva di cambiare proprio il metodo, cercando di copiare quanto succede dentro le mura di Milton Keynes o di Woking. La scuola anglosassone quindi deve, secondo Fry, entrare dentro i cancelli italici per far tornare il cavallino veramente rampante. Ed ecco perché vi è questa attenzione globale rivolta sulla rossa.
Non si chiede la cura ad ogni male, ma un piccolo miglioramento per tornare a sperare, consci di aver trovato l’errore e quindi poter in qualche modo rimediare. Che poi, letteralmente, sarebbe anche una piccola sconfitta perché verrebbe provato che la Ferrari non sarebbe più in grado di costruire monoposto competitive se non “replicando” filosofie altrui. Condizioni perfetta per titoli da prima pagina e umori tristi e rassegnati. Ben altra storia rispetto agli inizi degli anni duemila, quando tutto il mondo motoristico cercava di capire il segreto della rossa dominatrice, insaziabile, imbattibile. Guidata da Michael Schumacher e costruita da…altri inglesi.
E’ vero che tra le file vi era Aldo Costa, ma negli anni del trionfo infinito seguiva più che altro le direttive impartitagli da Ross Brawn e Rory Byrne, entrambi sudditi della regina. Solo dopo, dal 2007 in poi, il comando è stato preso dall’ingegnere italiano, recentemente passato ai tedeschi con propositi di vendetta.
Strano fenomeno quello che si sta verificando: l'italiano sembra proprio non andare più in Formula 1, né in pista né dietro a un tavolo da disegno, o computer che dir si voglia.
Una globalizzazione tecnica senza più confine, un continuo passaggio di idee e personalità infinito. E molto probabilmente Pat Fry non riuscirà nel miracolo impostogli dalla stampa, rivoluzionando la Ferrari con tecnici fidati come se, improvvisamente, tutti quelli prima del suo arrivo non fossero bravi nel loro lavoro. Bisognerà invece lavorare passo per passo, alla ricerca di quei decimi preziosi sempre più fondamentali in uno sport pazzo come la F1. Provando, sbagliando, riprovando e forse fallendo ancora.
Non esiste la bacchetta magica o il mago risolutore. Qui come nella vita.
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