L'ultimo volo


Non è facile uscire in giornate come queste, per niente. Sì è un gran bel lavoro quello che fai, e nella vita c'è ben di peggio, ma è dura lo stesso.
Anche se sei in testa al mondiale, e tutti danno ormai per certo che alla fine di quella stagione parecchio maledetta alla fine sarai tu il campione del mondo.
Non è facile, perché piove, e anche molto, di quella pioggia scura, densa e gelida che anche ad agosto cade in certe foreste della Germania. E anche se fossero poche gocce non ci sarebbe molta differenza: qui a Hockenheim la pista corre in mezzo agli alberi, ed è come se l'acqua stagnasse nell'aria tra la pista e i bordi della foresta, come in una specie di ecosistema anomalo. Un universo strano e crudele dove persino un asso come Jim Clark ci ha lasciato le penne parecchi anni fa.
Ma in macchina ci devi salire lo stesso; è sabato mattina e perfettamente plausibile che anche il giorno della gara ci sia un tempo da lupi sul tipo di questo. C'è da provare l'assetto, le gomme, gli ammortizzatori, trovare la confidenza con la botta nel di dietro che ti piazza il turbo in accelerazione. Esci, cerchi di capire dove diamine gira il circuito prima di tutto. Lo hai percorso mille volte, ma quelle mattina sembra correre in una direzione diversa.
Sul rettilineo poco prima del Motodrom ti trovi davanti un muro d'acqua, è Derek Daly sulla Williams, alzi un attimo il piede, ti ha visto, si sposta, occhei, schiacci ancora, solo che il muro d'acqua non cala, anzi, anche se con i bordi del tuo sguardo riesci a distinguere la sagoma bianca della Williams che sta sfilando alle tue spalle.
E' un attimo, un colpo nemmeno troppo forte, e il muro d'acqua davanti agli occhi non c'è più. C'è altro: gli alberi, l'erba, grigio, tanto, e colori strisciati.
Alain Prost che fu tamponato e se lo vide decollare sulla testa, parlò di una visione da sogno:
- Sembrava non atterrasse mai.
Stimarono che la Ferrari 126 C2 di Didier Pironi si mantenne in aria per 300 metri. Un'enormità.
Quando atterrò il primo a soccorrerlo fu Nelson Piquet: lo trovò ancorato alle cinture, col viso sanguinante, le articolazioni in vista, ma cosciente, e soprattutto vivo.
Piquet poi, notevolmente scosso dalle conseguenze di quell'incidente, accusò Ferrari di costruire macchine troppo fragili. Ma quale Formula 1 in quegli anni sarebbe stata in grado di reggere un urto del genere?

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