venerdì 14 dicembre 2012

Grosso problema con la pace car

Nel 1971 una Dodge Challenger convertibile venne scelta come pace car per l'edizione annuale della 500 Miglia di Indianapolis. Bel colpo, la pace car della corsa nel catino dell'Indiana era una classica vetrina per le case automobilistiche americane. Per la Dodge avrebbe potuto essere un'ottima occasione per pubblicizzare quel modello, ma qualcosa di tragico trasformò l'evento in un momento decisamente da dimenticare.
Andiamo con ordine.
Dopo una serie accurata di prove, per il giorno della gara un esemplare con motore big block (383) venne approntato per essere la pace car della gara principe al di là dell'oceano. Corpo vettura arancio e numeri stampati sulle fiancate in modo da rafforzare l'aria racing di una macchina che già con tutta la potenza a disposizione certo non poteva definirsi una tranquilla berlina per famiglie.
Il giorno della gara alla guida della Challenger c'era Eldon Palmer, non un pilota professionista, ma il titolare di una conessionaria Dodge della zona.
Palmer aveva provato a lungo la procedura di rientro dal giro di lancio, il momento critico per chi doveva guidare quella macchina, e aveva strategicamente piazzato dei coni segnaletici per fissare i punti di frenata e quelli in cui impostare la traiettoria lungo tutto il circuito e in particolare nella corsia box.
Qualcuno però spostò - proprio il giorno ddella gara - quei coni dal loro posto.
Quando la Dodge si infilò in corsia box dopo aver lasciato la muta delle 33 monoposto alla loro singolar contesa, per Eldon Palmer ci fu un attimo di smarrimento. Nulla se fosse stato impegnato in una nornale manovra di guida su strada pubblica, fatale quando si è lanciati a piena velocità verso l'ingresso box di Indianapolis il giono della 500 Miglia.
Box strapieni, nessuno spazio per un errore, solo una traiettoria da seguire.
Palmer si attaccò disperatamente ai freni, e nella sua mente si materializzarono due alternative: sterzare verso la pista rischiando di essere travolto dal gruppo di vetture in accelerazione oppure cercare di mantenere una traiettoria rettilinea  infilandosi nella corsia box e sperare di non colpire niente e nessuno.
Scelse la seconda opzione ma non riuscì a evitare una tribunetta su cui si erano sistemati un gruppo di fotografi. L'urto sbalzò dalla tribuna i fotografi, venticinque furono i feriti, e per uno di loro - un reporter argentino - il volo fu fatale.
Il clamore che ne seguì oscurò ogni possibile ritorno pubblicitario legato alla presenza della Challenger come pace car, anzi, il commento più comune fu quello legato alla "bontà" dei freni della Doge. Insomma, sarebbe stato meglio proprio non esserci.
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