100 giri a Montecarlo

Adesso quando vedi il camera car in TV hai anche il bilancino che pende a destra e a sinistra,  puoi vedere quanta forza devono esercitare i muscoli del collo per affrontare una curva.
Intendiamoci, correre in automobile rimane un'attività tutt'altro che facile, nessuno vuole affermare il contrario, però è probabile che tra collari Hans e abitacoli su misura va a finire che a volte il pilota vada in appoggio e si faccia aiutare da qualche struttura ausiliaria: insomma come in parecchi altri aspetti il nome della serie è lo stesso di quaranta anni fa, ma la sostanza no di certo.
Nel 1967 certamente niente era semplice: le balle di paglia erano il più alto concetto di sicurezza disponibile. Alberi, fossati e altre piacevolezze naturali se ne stavano tranquillamente ai bordi di ogni pista, e nessuno batteva ciglio. Se poi il circuito era un cittadino, vedi Montecarlo, si correva veramente in una città, anzi in un paese, mancava solo la multa per eccesso di velocità: marciapiedi, banchine del porto, piloni di metallo in ogni posizione.
Persino la durata della gara era diversa, altro che un'ora emmezza stiracchiata.
A Montecarlo bisognava compiere cento giri: e cento giri lì dentro voleva dire entrare in una specie di trance, perdere la testa, i riflessi, e a volte qualcos'altro.
Lorenzo Bandini era sempre stato un lottatore, ma non per altro, perché nessuno gli aveva mai regalato niente. Era in Ferrari certo, ma ne aveva dovuto sudare di camice, era arrivato a farsi rispettare e voler bene sia dai meccanici che dal Commendatore; forse non era veloce come altri suoi compagni, tipo Surtess, ma aveva la passione e la tenacia necessaria per far camminare bene quei missili rossi; e aveva anche dimostrato che la sua non era una meteora, si trattava solo di trovare la definitiva consacrazione.
Torniamo a Montecarlo, alla fatica, alla misurazione dei G che nel 1967 era roba buona per i marziani, all'insana idea di far percorrere cento giri in quel circuito, alla voglia di Lorenzo Bandini di vincere su quella pista che a lui piaceva tanto, alla sfiga che in determinate occasioni esiste, veramente, quasi la puoi vedere, persino toccare.
Bandini hai il secondo tempo in prova, parte bene, è in testa alla prima curva, l'uomo della pole position Jack Brabham sfonda il basamento del suo motore dopo un solo giro e scarica tutto l'olio in possesso del suo team per più di metà della pista; Lorenzo viene toccato per la prima volta nel corso di quella giornata dalla bacchetta bastarda della malasorte: sbandata clamorosa, e comando della gara in mano al compagno di team di Brabham, Denny Hulme; per di più anche Stewart gli passa davanti.
Ma lui non demorde, agli italiani piace per quello, perché è uno di loro che lotta con un volante della Ferrari in mano, non molla mai, e inizia a recuperare, secondo dopo secondo, dopotutto ottantotto giri sono sufficienti per riprendersi la testa.
Solo che la bacchetta bastarda decide di toccarlo ancora, sotto mentite spoglie questa volta; perché Stewart secondo che si ritira, è solo un tocco mascherato di quella bacchetta. Perché non è fortuna quella; e chissà, fosse rimasto terzo, magari alle prime avvisaglie di stanchezza avrebbe rinunciato a voler raggiungere Hulme, e qualche anno dopo gli sarebbe riuscito di vincere a Monaco; chissà.
Invece no; di giri ne mancano ancora tanti, abbastanza per non mollare, e lui è a pochi secondi dal suo obiettivo, ma qualcuno dei suoi meccanici ormai ha capito che Lorenzo non c'è più, quando passa davanti al suo box ormai non fa più nessun cenno.
Dentro quella macchina c'è solo volontà, solo intenzioni, ma non esiste più chi la guida. Ed è per questo che alla chicane del porto all'ottantaduesimo giro Bandini entra a una velocità anomala, forse con innestata una marcia oltre il dovuto.
Probabile che a questo punto la bacchetta non sia intervenuta nemmeno: perché il fatto che la Ferrari si imbizzarrisca attorno a una delle bitte metalliche per l'attracco delle navi, ribaltandosi, esplodendo in una nuvola di fumo e fiamme, è solo una semplice conseguenza.

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