lunedì 24 giugno 2013

Il bicchiere mezzo vuoto da riempire

Ancora a parlare di 2012? Sì ancora, perchè dopo aver letto riassunti più o meno autorevoli, vista qualche review video, interrogato pagelle e classifiche varie, un certo tarlo si è creato nel mio cervello un poco deviato da "racing addicted", mente che per forza per qualche mese dovrà starsene buona buona.
Parlo di Lewis Hamilton.
Ormai giovane rivelazione non lo è più, la sua carriera si è sviluppata su sei stagioni complete di Formula 1, abbastanza da fare oggi, 10 dicembre 2012, una sorta di bilancio di mezz'età.
E allora? In verità c'è da esserne preoccupati.
Mi spiego: Hamilton si presenta come una vera forza della natura nel 2007: prodotto e diretto da Ron Dennis, lotta sin dalla prima gara con i migliori del periodo, vincendo il primo GP dopo pochi mesi - GP del Canada - e lottando sino alla fine con due mastini come Alonso e Raikkonen, finendo per perdere il mondiale al primo tentativo solo a causa di un suo errore marchiano in Cina, della perseveranza di Raikkonen, e di un misterioso guasto autoriparante al cambio della sua McLaren durante il GP decisivo. Tanto per cambiare il GP del Brasile.
Gran bell'inizio non c'è che da dire, ma quello che mi rende perplesso è l'anno successivo, quando le parti si invertono ed è lui a uscire vincitore dal sorteggio finale di Interlagos. Se un provvidenziale scroscio di pioggia non avesse inchiodato la Toyota di Glock a un paio di curve dall'arrivo del GP del Brasile - ancora lui - del 2008 a questo punto della carriera Lewis Hamilton sarebbe a zero titoli dopo sei campionati.
Zero, nulla, il vuoto assoluto. Qualcosa non va, un talento come il suo è minimo da tre titoli, se non quattro, così come Vettel e Alonso.
Cosa è successo? Il suo talento in pista è fuori discussione, veloce in qualifica, maestro nel sorpasso, un pilota quasi perfetto. Forse però in McLaren non sono riusciti a valorizzarlo a dovere - guarda caso nel 2008 aveva come compagno di squadra il comodo Kovalainen - combinare la sua forza di guida con quella delle loro monoposto. Troppe occasioni sprecate, tanti errori suoi - mi viene in mente il 2010 è la disastrosa sequenza Monza-Singapore - tanti problemi decisivi della macchina - e qui il pensiero deve percorrere pochi passi indietro nel tempo per trovare esempi lampanti - e alla fine il suo bilancio di metà carriera parla di tante vittorie entusiasmanti, ma senza la nuvolettta provvidenziale di Interlagos saremmo a bocca asciutta per i mondiali, come un moderno e involontario Stirling Moss.
Decisiva per la sua carriera appare quindi la decisione di passare in Mercedes - guarda caso come Moss, guarda caso con un compagno di squadra decisamente meno scomodo di Button - per ragioni che hanno a che fare più con un senso di impotenza che via via si stava sviluppando in lui, che per i motivi economici che invece hanno fatto da facciata al movimento di mercato del decennio.
Forse con Nico Rosberg come compagno di box e Ross Brawn come guida Hamilton riuscirà a incanalare tutto il suo enorme potenziale, distribuendolo in modo più efficace lungo una stagione di Formula 1 che ormai è diventata non solo una questione di velocità pura ma costanza e determinazione.
Insomma, non dategli del matto avido di denaro, c'è molto altro, non sottovalutate il passaggio di Lewis alla Mercedes.
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