Etichette e piloti


C'è voluto "Rush", tutto il caos mediatico che ne è conseguito per riabilitare Lauda, ma se un'etichetta ti si attacca addosso, è dura poi riuscire a togliertela; altrimenti la chiameremmo tutti in un altro modo. E anche in Formula 1 è la stessa cosa.
Prendine appunto due a caso: Gilles Villeneuve e Niki Lauda.
Il prima arriva in Ferrari come un perfetto sconosciuto, infila tutta una serie di cazzate immani che a chiunque altro nella storia sarebbero costate il posto in scuderia e probabilmente ogni futuro in Formula 1; e che fama si guadagna? Quello dell'aviatore, dell'impavido coraggioso, in qualche modo addirittura del vincente, anche se a ben vedere non ha vinto poi molto. E non si sta discutendo sul fatto che Gilles fosse un pilota leggendario, su quello siamo un po' tutti d'accordo.
Guarda invece l'altro, torna a far vincere una Ferrari dopo vent'anni, non due, venti, è protagonista di una stagione, 1976, che è stata utilizzata anche per una sceneggiatura cinematografica: inizia a vincere a raffica, poi un bel giorno cade da un trattore e la domenica dopo con un paio di costole incrinate, arriva secondo, non ventiseiesimo, secondo; e quello davanti a lui ha una macchina irregolare; le gare successive lui riprende di buona lena, solo che a pochi passi dal mondiale, accade il tragico colpo di scena: incidente devastante con fiamme e vita appesa a un filo. E dopo solo quattro settimane, devastato nel fisico e nella psiche, risale in macchina, a Monza, e arriva quarto, sì quarto, non ventiseiesimo, e riesce a rimanere in testa al campionato sino all'ultima corsa, cercando di lottare; e persino in quell'ultimo appuntamento in fondo dimostra più coraggio di tutti quanti messi insieme; semplicemente rifiutandosi di correre sotto il diluvio, ed evitando anche di accampare qualsiasi scusa.
E come viene definito ancora oggi? Lauda, il ragioniere.

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