venerdì 27 giugno 2014

Sinfonia in rosso. Parte 0: l'arrivo di Montezemolo

La decisione da parte di Enzo Ferrari di arruolare Luca Cordero di Motenzemolo nella propria squadra è da considerare come una delle intuizioni più geniali che il grande vecchio ebbe nella sua gloriosa esistenza. Quando Montezemolo entrò per la prima volta in Ferrari lui era il principiante nei confronti del grande maestro; quando Montezemolo e la Ferrari si rincontrarono quasi vent'anni dopo lui era un manager affermato e vincente, la Ferrari una realtà al limite della decadenza a dispetto di un nome da leggenda.
La scintilla nacque durante un dibattito radiofonico nel 1971. Argomento del contendere era il perché delle corse automobilistiche e, chiamato a difenderne il senso, era stato invitato il giovanissimo Luca Cordero di Montezemolo, appassionato di motori, e anche pilota con alle spalle le prime esperienze di un certo rilievo nel mondo dei rally. Tra gli ascoltatori di quella trasmissione c'era anche Enzo Ferrari, il quale rimase particolarmente colpito dal fervore e dalla dialettica con cui Montezemolo affrontò le critiche di un ascoltatore nei confronti delle corse.
 Il "Commendatore"-  nel senso modenese-tedesco del termine, tradotto in italiano "il capo" - decise che doveva mettersi in contatto con quella persona, e l'incontro tra i due, anche se parecchi mesi dopo, accadde.
 Laureato in Legge alla Sapienza di Roma (110 e lode), Luca Cordero di Montezemolo, di famiglia vicina agli Agnelli, frequenta i corsi di Diritto Commerciale Internazionale alla Columbia di New York, senza finirli. Appassionati di motori e pilota, all'insaputa dei genitori, trova nella chiamata di Ferrari il modo, magari imperfetto ma un'occasione non certo da lasciarsi scappare, di conciliare gli studi con il fuoco e la passione che si sente dentro. 
Nel 1973 diventa assistente del Drake, l'uomo che dalle piste deve riportare fedelmente e senza omissioni i risultati della squadra al capo, l'anno dopo diventa responsabile della squadra corse del Cavallino.
Di corporatura minuta, apparentemente fragile, sa farsi rispettare e anche se ai box la sua figura appare quasi fuori luogo, in squadra ben presto si resero conto che di fronte a certe parole conveniva abbassare gli occhi e darsi da fare.
La casa modenese usciva da un lungo periodo di insuccessi sportivi, le squadre inglesi avevano preso il sopravvento nel panorama della Formula 1 e, con l'avvento dirompente del Ford Cosworth, anche il fiore all'occhiello della produzione automobilistico maranelliana, il V12, sembrava essere giunto al capolinea senza nemmeno essere decollato. Bisognava ricostruire la squadra.
Si usciva da un'annata, la 1973, fra le più sofferte nella storia del Cavallino. Nemmeno la decisione di farsi costruire la scocca dai "maestri" inglesi aveva ottenuto l'effetto voluto: la B3, evoluzione delle 312 che nelle varie versioni avevano accompagnato le campagne Ferrari dal 1967, soffriva di problemi a 360 gradi: motore, raffreddamento, sospensioni e usura gomme. Mancava solo l'esplosione del serbatoio in rettilineo. Si arrivò addirittura alla decisione di saltare i GP di Olanda e Germania del 1973 per cercare di risolvere i numerosi problemi della monoposto di Maranello, ma non servì a molto. Uno dei due piloti, Jackie Ickx, belga dal piede esuberante soprannominato "Pierino la peste", ormai di casa a Maranello lasciò la compagnia prima della fine della stagione. L'altro, Arturo Merzario, "il fantino", con un'esperienza in tutte le categorie possibili del mondo motoristico, non venne riconfermato per la stagione entrante.
Chi chiamare al loro posto? Questo era la prima decisione importante da affrontare per Montezemolo.
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