lunedì 27 ottobre 2014

Il fine giustifica i mezzi

Prima l'incidente di Bianchi, poi l'auto processo messo in atto dalla FIA nella duplice, anzi triplice, veste di accusato, accusatore e giudice, poi quello che un po' tutti si aspettavano da tempo, e cioè la fine - o quasi - dell'agonizzante esperienza di Marussia e Catheram in Formula 1. E potrebbe non finire qui. Troppi segnali cari miei, c'è del marcio in Danimarca.
Seguo sin da bambino la Formula 1, in tutte le fasi della mia "normale" esistenza, tra nuovi e vecchi interessi, la Formula 1 ha sempre rappresentato un punto fermo, ma mai come quest'anno capisco che qualcosa si sta rompendo nella mia personale impersonificazione del sottile meccanismo di entusiasmo e complicità che si instaura tra un "fanatico"  e il suo sport preferito.
Il fine di tutto quel girare per piste è andare più veloce degli altri. Il resto solo un mezzo. Parliamoci chiaro, la gente, me compreso, va negli autodromi per vedere le monoposto sfrecciare a 340  Kmh, e non ce ne può fregare di meno quale combustibile usino, quanto consumino, e quanto bene facciano all'ambiente, non mi interessa, chiaro!!!. Nessuno userà mai una F14T per andare a fare la spesa, indipendentemente dalle disponibilità economiche. E poi è già un bel casino arrivare sulla luna, se per farlo uno deve farlo passando anche per i Bastioni di Orione...
E allora perché costringersi a costruire unità motrici cosi complesse, tanto complesse da far sì che un solo costruttore mondiale di automobili riuscisse a coglierne il senso e azzeccarne lo sviluppo? Che senso limitare le giornate di test sbandierando un risparmio economico che stride da tapparsi le orecchie con il "mostro" power unit? Andare a correre in posti sperduti e privi di ogni cultura e storia automobilistica su piste disegnate dalla stessa mano e per forza tutte uguali. Spendere un quarto di stipendio per poter vedere dal vivo uno spettacolo che con più cerchi di avvicinarti con più sembra lontano?
Sin da ragazzino la sfida principe con me stesso è sempre stata quella di riconoscere pista, pilota e anno di qualsiasi fotografia mi capitasse tra le mani. Dal colore dell'asfalto, dall'intensità della luce, dai cordoli, da cartelloni pubblicitari, muretti, tribune, riuscivo quasi sempre ad azzeccarla. Adesso con il mai troppo poco "maledetto" architetto tedesco sembra sempre di essere in un Shangai-Istanbul-Sepang-Yeongam terra di mezzo senza capo né coda.
Ci saranno 18 macchine in pista ad Austin, ma non è questa la tragedia, si è corso anche in meno, è quel senso di non comprensione della realtà di chi dirige il baraccone a spaventare. Occorre reinventarsi, se necessario correre con telai di legno e gomme di cartone per ridare entusiasmo alle nuove generazioni, ricreare un mito che si sta disintegrando giorno dopo giorno. La Formula 1 non deve essere razionale.
Avete presenti quelli che si buttano giù da un trampolino con un aereo fatto da tubi di plastica? Ecco, probabilmente quello per un ragazzino è roba molto più entusiasmante della vittoria di Hamilton a Sochi

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