Sinfonia in rosso. Parte 14: all'inferno e ritorno.

All'undicesimo chilometro, del GP di Germania 1976, al Kesselchen, la Ferrari n° 1 sbanda affrontando la curva a sinistra. L'istinto porta Lauda a tentare una disperata correzione ma l'urto è inevitabile. La monoposto sbatte con il fianco contro la roccia, poi rimbalza in pista in un alone di fiamme. Il relitto non del tutto fermo della 312 T2 viene colpita dalle macchine di Brett Lunger e Harald Ertl. Lauda perde i sensi mentre la sua Ferrari svanisce in una nuvola infuocata. Tra i piloti lesti a fermarsi c'è Arturo Merzario, il suo aiuto sarà fondamentale nel riuscire a estrarre l'austriaco dall'abitacolo e liberarlo dalle cinture di sicurezza, bloccate in uno stato di tensione anomale a causa della deformazione del telaio.
Lauda viene ricoverato in ospedale in condizioni disperate. I giornali titolano piena pagina la sua praticamente certa morte. Invece Lauda non morì.
Il suo rientro fu un ritorno dall'anticamera della morte, una stretta derivazione di un miracolo, ma un miracolo fatto di calcolo e paura, di ferite ancora aperte, e non solo metaforiche, di un sotto casco intriso di sangue e sudore freddo, di un rientro disperato, quasi costretto a riprendere il volante dalle voci che lo volevano prossimo alla sostituzione in Ferrari. Perché a capo di tutto a Maranello c'era ancora lui, Enzo Ferrari, disposto a perdonare ogni errore ma pronto a cogliere le minime debolezze dell'uomo-pilota alle sue dipendenze.
Si racconta che all'ospedale di Mannheim, dove Niki stava lottando tra la vita e la morte a causa delle inalazioni dei gas sprigionati nell'incendio, arrivò una telefonata da Maranello. Era Enzo Ferrari che voleva parlare con il Direttore Sportivo della sua scuderia, Daniele Audetto. Ma non per sincerarsi delle condizioni di salute dell'austriaco; no. Era una telefonata piena di direttive su come sondare la disponibilità di piloti di primo piano, come Fittipaldi o Peterson, per sostituire Lauda alla Ferrari. Solo alla fine di quella chiamata Enzo Ferrari buttò lì un:
- E quello là come sta?
Aspettata però prima di giudicare, aspettate, fermatevi un attimo a pensare. Pensate cosa potrebbe passare per la mente di un uomo che ha attraversato la storia dell'automobilismo praticamente dalla origini; ha pianto solo in una strada senza nessun futuro orfano di padre e senza lavoro nel periodo tra le due guerre in cui sopravvivere era già un grosso successo; ha vissuto e discusso con Nuvolari, uno che prima di ogni gara diceva correre era come partire per la guerra si sa che si parte ma non si sa se si torna; ha lottato contro chi lo accusava di mandare i giovani al macello; ha sfiorato il suicidio dopo la morte del tanto amato figlio; è stato persino giudicato da un tribunale per aver costruito macchine da corsa; ha perso amici e a tanti altri non ci si è nemmeno affezionato per evitare che diventassero tali nel momento della loro morte.
Ecco, solo adesso pensate a cosa potrebbe passare nella mente di un uomo così quando gli si riferisce che un suo pilota è in ospedale dopo un incidente. Crudeltà? Nessuna pietà? Oppure l'unico modo per sopravvivere alle corse?
Niki Lauda qualche anno prima fu lui stesso uno di quelli che davanti alla macchina in fiamme di Roger Williamson a Zandvoort nel 1973 continuò a correre senza fermarsi. E alle domande nel dopo gara sul perché di quel comportamento suo ma anche di quasi tutti gli altri piloti - David Purley escluso - rispose con uno scioccante:
- Ci pagano per correre, non per soccorrere le persone.
Tante piccole crudeltà che messe tutte insieme fanno coraggio: il minimo necessario per calarsi nell'abitacolo. L'automobilismo è anche questo. Il Principe Azzurro e Biancaneve vivono da un'altra parte.

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