venerdì 5 dicembre 2014

L'altro Hill

La scena avrebbe potuto benissimo essere tratta da un qualunque film: alle estremità di un tavolo due personaggi ai lati opposti della natura umana. La scrivania è quella all'interno dello storico studio di Enzo Ferrari e, indovinate un po', uno dei due personaggi è il devastato, ma mai domo, patron di inizio 1958, dopo la morte del figlio, dopo un anno che ha decimato la sua schiera di piloti e lo ha messo ai margini di ogni società come crudele comandante di un esercito mandato a morire nelle strade di mezzo mondo.
Davanti a lui un nervoso, nel fisico e negli atteggiamenti, americano, californiano da Santa Monica, figlio di una ricca famiglia locale, di nome fa Phil Hill.
Enzo gli chiede se è disposto a pilotare una Ferrari a Le Mans. Il pilota americano non esita, la risposta è sì, non importa che in quel momento la fama di Ferrari come costruttore sia di quelle da peggiori bar di Caracas. Il mito Ferrari ha già attecchito al di là dell'oceano e lui non vuole fare altro nella vita che correre, costi quel che costi.
Hill ha fatto il tester per la casa di Maranello, si è fatto le ossa nelle corse per vetture Sport della bassa California, ha vinto gare e corso la Carrera Panamericana, negli Stati Uniti è uno che sa farsi rispettare. Quando nel 1951 Luigi Chinetti gli propone una 212 Export si calcola che sia la terza vettura di Maranello a calcare le strade della West Coast. Non solo, quella macchina ha un sinistro passato: al suo volante il pilota francese LaRivierè esce di strada alla 24 Ore di Le Mans, rimanendo decapitato. Phil non ci pensa, con quella vettura si impone nel panorama a stelle e strisce e diventa ambasciatore di Maranello per il continente americano.
Schivo, introverso, da ragazzo allo sport preferiva gli sfasciacarrozze dove poteva studiare la meccanica delle automobili dal vero, estraneo sin da giovane a ogni tradizionale contesto sociale, i compagno di classe lo deridevano per il fatto di non saper nemmeno usare una mazza da baseball. Con un carattere così introverso le corse per lui erano una fonte di estasi e tormento, la vista dei numerosi incidenti e dei piloti e spettatori feriti o morti - stiamo parlando di metà anni cinquanta - lo turbavano profondamente, gli creavano uno stato d'ansia che a fatica riuscì a sconfiggere ma che in nessun modo minarono la sua voglia di lanciarsi al volante di una macchina da corsa. Tante volte, come d'altronde capitava a James Hunt, era preso da attacchi di vomito 
La sua conoscenza della meccanica lo aiutò poi parecchio nella sua carriera da pilota, vinse per tre volte a a Le Mans, e in generale la sua fama crebbe non solo per la sua velocità, ma anche per la sua capacità di conoscer e gestire al meglio la meccanica delle macchine da lui guidate.
Fece suo anche il campionato del mondo di Formula 1 del 1961, schivando incidenti per una vita intera come un soldato in trincea evita le pallottole. Non male per un ragazzino incapace di tenere in mano una mazza da baseball.
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