lunedì 1 febbraio 2016

Destinati alla sconfitta

In Formula 1 ci sono state squadre nate e morte nel breve volgere di qualche stagione senza lasciare troppi rimpianti; un manipolo di squadre storiche a  rappresentare una sorta di filo conduttore tra il presente e il passato; squadre ormai scomparse ma che dietro di loro hanno lasciato un ricordo indelebile. Anche senza vincere nemmeno un GP.
Parliamo della Arrows, team nato da una branchia - e forse più - dell'iconico team Shadow, di Don Nichols e che, solo a causa di eventi contrari e poco controllabili, non figura nell'elenco delle scuderie vincitrici di un Gran Premio.
La storia della squadra fondata da Alan Rees e Jackie Oliver, dagli albori nel 1978 sino all'ultimo respiro dei primi anni 2000,  è una costante quanto imperfetta ricerca dell'equilibrio instabile necessario per vincere. Quando s'azzeccava il telaio, allora succedeva che piloti e motore non erano all'altezza; quando si aveva il talento di turno, ci si trovava con il telaio di marzapane e l'aerodinamica di un ferro da stiro; quando si riusciva ad armonizzare piloti, telaio e motore, i soldi ormai erano finiti...
1978, Kyalami, GP del Sud Africa, la Ferrari schiera la nuova arma T3, la Brabham Alfa Romeo idem con la fiammante BT46, in mezzo al gruppone c'è la semi debuttante - è solo alla seconda partecipazione - Arrows FA1 guidata dall'acerbo Riccardo Patrese. E a chi vuoi che dia fastidio?
A tutti, proprio tutti, e solo una valvola difettosa del DFV montato sulla vettura di Patrese lo blocca quando ormai è in fuga per la vittoria.
1997, Hungaroring, quasi un ventennio è passato da quella maledetta domenica di Kyalami, per la Arrows il tempo ha consegnato qualche pole position - Long Beach 1981 - podi, ma ancora nessuna vittoria. Quella stagione alla guida della Arrows c'è il campione del mondo in carica, e anche se di nome fa Damon Hill, e non Michael Schumacher o altro, quel giorno pare godere del perfetto allineamento di astri, corone, stelle e...
L'inglese non sembra aver rivali sotto il solleone ungherese, passa la Ferrari di Michael Schumacher, si porta al comando. La sua bianca e blu A18 motorizzata Yamaha è imprendibile per chiunque, poi arriva l'ultimo giro, che sarà anche ultimo ma bisogna finirlo, invece Hill inizia a tentennare, come un ubriaco a cui stanno mancando le forze dopo una notte di sbornia. Niente sbornia per lui però, solo una pompa idraulica che manda tutto a quel paese. Un dettaglio, proprio come a Kyalami 1978.
Ecco in questi due episodi, c'è tutta la storia della Arrows.
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