Quasi nel mito

Pierre Boullin, in arte Pierre Levegh, dall'anagramma del cognome dello zio Alfred Velghe, anch'esso pilota da corsa. Pensi a Levegh e la mente va a Le Mans 1955, a quel pomeriggio da cani, alla sua Mercedes lanciata come un'arma di distruzione verso la tribuna gremita di appassionati in occasione della madre di tutte le corse in automobile.
Riavvolgiamo il nastro però, c'è dell'altro da raccontare. La carriera di Pierre Levegh ha inizio nell'immediata viglia del secondo conflitto mondiale, 1937, al volante di Bugatti e Talbot. Il 1938 vede la sua prima apparizione alla 24 Ore di Le Mans, al volante di una Talbot condivisa con Jean Trévou, avventura che dura 59 giri prima che la sua vettura prenda fuoco. Nel 1939 fa il suo debutto nel mondo dei Gran Prix, e ad Anversa finisce 4°, dietro a quel diavolo di Giuseppe Farina, Raymond Sommer e Geoges Monneret. Le Mans lo vede ancora una volta ritirato, ma poco importa, qualcosa di ben peggiore sta accadendo in Europa e in mezzo mondo e la carriera di Pierre, come tante altre vite, subisce un taglio netto e drammatico.
Levegh però è tra quelli che possono dire di aver avuto la grande fortuna di assistere al risveglio della civiltà in quel del secondo dopo guerra e, nel 1946, a 40 anni suonati si ripresenta ai nastri di partenza con un secondo posto al Grand Prix del Belgio al volante di una Talbot T150C. Continua a correre occasionalmente negli anni successivi e all'età di 45 anni fa il suo debutto nel campionato del mondo di Formula 1 in occasone del GP del Belgio a Spa, con un buon settimo posto su una Talbot-Lago T26C. Ci riprova l'anno dopo con 8° posto in Belgio e un 9° in Germania.
Va meglio a La Mans con un 4° posto nel 1951 in coppia con René Marchand su una Talbot-Lago e sarebbe potuta andare molto, molto meglio, sarebbe addirittura potuta essere un'impresa che mai e poi mai sarebbe stata eguagliata, l'anno dopo, sempre alla 24 Ore di Le Mans
In una sola occasione Pierre sconta tutti i limiti del proprio carattere. Al via della classica maratona francese nel 1952 Levegh si presenta in coppia con il meno esperto René Marchand al volante di una Talbot Lago T26 GS Spider. Levegh capisce di poter vincere sin dai primi giri, ma non si fida troppo del compagno di squadra, pensa che non sia in grado di accompagnare la Talbot sino al traguardo salvaguardando la meccanica, e si ficca in testa - non si "mette" perché uno che si mette in testa un'idea magari poi se la leva, ma uno che se la ficca no, gli rimane infilata come la punta di un coltello in un palmo di mano e non c'è verso di levarsela - l'insana idea di guidare per 24 ore di fila
Ce la fa per 23 ore,  arriva ad avere un vantaggio di quattro giri sui suoi avversari, poi si inceppa, a nemmeno un'ora dall'impresa sbaglia un cambio di marcia, un errore che manda a ramengo la sua idea folle e quasi impossibile.
Qualche anno dopo Pierre Levegh finirà sparato insieme alla sua Mercedes 300 SLR, prima nel cielo, e poi sulla folla di quel pomeriggio da cani del 1955, ma di lui rimarrà quell'insana corsa verso la leggenda assoluta interrotta da un singolo cambio di marcia sbagliato.

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